Madre di Dio

Arrticoli, riflessioni, letteratura dedicate alla Vergine Maria
a cura di MICHELANGELO NASCA





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Il "lavoro" del Santo Patriarca Giuseppe


«Il suo è un silenzio permeato di contemplazione del mistero di Dio, in atteggiamento di totale disponibilità ai voleri divini. In altre parole, il silenzio di san Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all’unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza. Non si esagera se si pensa che proprio dal "padre" Giuseppe Gesù abbia appreso – sul piano umano – quella robusta interiorità che è presupposto dell’autentica giustizia, la "giustizia superiore", che Egli un giorno insegnerà ai suoi discepoli (cfr Mt 5,20)» (Benedetto XVI).

Queste parole, pronunciate da Benedetto XVI durante l’Angelus domenicale del 18 dicembre 2005, ci offrono l’opportunità di riflettere sulla figura di San Giuseppe che la Chiesa tradizionalmente invoca e definisce “Custode del Redentore”, cercando anche di restituire al Santo Patriarca la sua vera identità vocazionale.
Sarebbe sbagliato, infatti, considerare lo sposo di Maria una presenza marginale nella vita e nella crescita educativa di Cristo. Giuseppe è chiamato – insieme alla Madre di Dio – a custodire e a crescere il Figlio di Dio attraverso un personalissimo atto di obbedienza. E’ proprio con Giuseppe che noi possiamo essere aiutati a comprendere fino a che punto può spingersi Dio nel chiedere alle sue creature di diventare completamente disponibili alla Sua volontà.

L’azione fondamentale, o meglio il “lavoro” che Giuseppe è chiamato a svolgere è, infatti, quella di “far spazio a Dio”, perché anche attraverso il suo personale “fiat” si possa compiere il mistero della salvezza con l’incarnazione di Cristo Gesù. Un particolare tipo di fecondità – quella di S. Giuseppe – che è essenzialmente dono di sé e disponibilità ad accogliere la volontà di Dio nella sua interezza.
Giuseppe, dunque, non è escluso dal piano salvifico di Dio; Egli è invece chiamato a custodire e proteggere il “dono” che Dio offre all’umanità, mettendo in gioco tutta la sua responsabilità coniugale a la sua paternità putativa in quella principale realtà umana di cui la famiglia è espressione.

E’ in un ambiente familiare che il dono di Dio, Cristo Gesù, cresce «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52). Una famiglia dove ogni singolo componente è invitato a guardare e ad abbracciare l’altro come dono esclusivo di Dio, attraverso quella stessa logica trinitaria che vede il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo “uniti” in eterno dialogo, in una dimensione fatta di reciproco ascolto, obbedienza e di totale e circolare scambio d’amore; una famiglia “in cui l’amore è il lavoro quotidiano per accogliere Dio sempre più addentro nel proprio cuore e nei propri rapporti, e in cui il lavoro è l’amore quotidiano alle cose che occorre preparare per Lui, all’ambiente che si vuole offrirGli in maniera degna. E così impariamo che amore è il nome che diamo al lavoro, quando il lavoro riguarda le persone. E impariamo che lavoro è il nome che diamo all’amore quando esso si prende cura della realtà delle cose, per costruirle e coltivarle” (A. M. Sicari).

Per i componenti della Sacra Famiglia la parola obbedienza e la parola orazione sono diventate palesemente il motivo della loro unità. Cristo, obbediente fino alla morte, si fa carne e va ad abitare in una famiglia umana dove il buon Dio volle che la parola obbedienza fosse da subito riconosciuta come esplicita volontà divina. Giuseppe e Maria potremmo definirli, dunque, contemplativi per vocazione. Diceva Teresa d’Avila: «Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà»; e ancora: «Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta».

Talvolta possiamo solo immaginare il tipo di rapporto che intercorreva tra Gesù e Giuseppe, il padre putativo del Messia. Nel canone della Sacra Scrittura non sono registrati aspetti caratteristici di vita quotidiana vissuti all’interno della Sacra Famiglia; non ci vengono raccontati, infatti, particolari episodi di affettuosità o tenerezze che sarebbero potuti emergere nel lavoro educativo che Maria e Giuseppe svolgevano per crescere il Figlio di Dio. Certamente questa assenza è dovuta al fatto che i Vangeli registrarono solo quegli avvenimenti ritenuti straordinari per quel tempo. Non troveremo così il racconto della prima volta in cui Gesù, probabilmente, chiamò Giuseppe “papà”, così come non c’è traccia di particolari espressioni di tenerezza che Giuseppe dovette sicuramente rivolgere alla giovane sposa Maria, e infine non conosciamo le ultime parole che Giuseppe, in punto di morte, potrebbe aver detto a quel particolare Figlio e viceversa. Non possiamo escludere che tutto questo sia però realmente accaduto. Il Card. Anastasio Ballestrero (Carmelitano Scalzo e Arcivescovo emerito di Torino) diceva: “Pensando che Gesù Sacramentato è il cibo delle nostre anime, torna alla mente la storia di Giuseppe ebreo. A costui il faraone, re d'Egitto, aveva affidato i granai della nazione perché, dopo averli riempiti, distribuisse il frumento per la salute e la vita del popolo: in modo analogo, ma assai più eminente, Dio Padre affidò al nostro Santo il Pane Vivo, affinché lo proteggesse e lo conservasse per sfamare le anime. Nonostante questo, San Giuseppe non ebbe la felicità della comunione eucaristica. [...] Tuttavia chi potrà pensare che Gesù abbia negato al suo padre putativo [attraverso la gioia e la forza della sua stessa presenza, nda] la grazia di una comunione mistica senza eguali?”.

Gli artigiani talvolta espongono nelle loro botteghe l’immagine di S. Giuseppe lavoratore ponendosi sotto la sua personale protezione, immagine che andrebbe però esposta anche in casa poiché la famiglia è il luogo dove alcuni di noi – proprio come il Santo Patriarca – sono chiamati a “lavorare”. La famiglia di Nazareth è, infatti, per San Giuseppe il luogo principale dove Dio stesso lo ha chiamato a lavorare. “Ogni bottega cristiana è un’immagine della bottega di Nazareth, proprio come ogni famiglia cristiana è un immagine della Famiglia di Nazareth. […] Migliaia e centinaia di miglia di uomini, migliaia di operai cristiani non hanno avuto che questo da fare: “la loro giornata”; non hanno avuto da far altro che lavorare tranquillamente dal mattino alla sera, con gli occhi fissi unicamente a quell’umile bottega di Nazareth” (C. Péguy).

«Lasciamoci "contagiare" dal silenzio di san Giuseppe! Ne abbiamo tanto bisogno, in un mondo spesso troppo rumoroso, che non favorisce il raccoglimento e l’ascolto della voce di Dio. […] coltiviamo il raccoglimento interiore, per accogliere e custodire Gesù nella nostra vita» (Benedetto XVI).

Michelangelo Nasca

Pubblicato in Dialoghi Carmelitani, Anno 7, N° 2 , Giugno 2006,  pp. 54-55









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