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“In
testa avanza la flotta innumerevole dei Pater./ Fendendo e sfidando
l’onda della mia collera./ Potentemente fondati sui loro tre
ordini di remi./ […] E tutti questi peccatori e tutti questi
santi insieme camminano dietro mio figlio/ E dietro le mani giunte di
mio figlio./ Ed essi stessi hanno le mani giunte come se fossero mio
figlio./ […] E tale è la flotta dei Pater, solida e
più innumerevole delle stelle del cielo. E dietro io vedo la
seconda flotta, ed è una flotta innumerevole, perché
è la flotta dalle bianche vele, l’innumerevole flotta
delle Ave Maria./ Ed è una flotta di biremi. E il primo ordine
di remi è: Ave Maria, gratia plena;/ e il secondo ordine di remi
è: Sancta Maria, mater Dei./ E tutte queste Ave Maria, e tutte
queste preghiere alla Vergine e il nobile Salve Regina sono bianche
caravelle, umilmente raccolte sotto le loro vele a fior d’acqua;
come bianche colombe che si prendessero nella mano”.
Queste parole – tratte da Il mistero dei santi innocenti di C.
Péguy - descrivono con straordinaria bellezza e dinamismo
poetico il significato cristiano e il valore teologico di una delle
preghiere più antiche della Chiesa: il Rosario della Beata
Vergine Maria.
L’origine e la diffusione del Rosario si possono fare risalire
nel periodo storico che va dal XII al XVI secolo. E’ agli inizi
del XII secolo, infatti, che la preghiera dell’Ave Maria
(già conosciuta dalle prime comunità cristiane ancor
prima del secolo XII) viene litanicamente recitata per 150 volte,
soprattutto nei monasteri, in alternativa al salterio biblico, per
favorire l’orazione dei monaci illetterati.
Con il passare del tempo alla recita delle 150 Ave Maria si aggiunse la
meditazione di alcuni misteri evangelici, così nel XV secolo il
salterio mariano prenderà il nome di Rosario della Beata Vergine
Maria. Nel 1569 sarà Pio V (definito il primo papa del rosario)
a sottolinearne l’importanza e a suggerirne la recita secondo lo
schema in uso ai giorni nostri.
Giovanni Paolo II nella recente Lettera Apostolica Rosarium Virginis
Mariae ha invitato la comunità cristiana a riscoprire la
ricchezza di tale preghiera, spiegandone i contenuti teologici e i
valori spirituali, rilanciandola con l’aggiunta di cinque nuovi
misteri (i Misteri della luce) e proclamando l’Anno del Rosario.
“Il Rosario – afferma il Pontefice – se riscoperto
nel suo pieno significato, porta al cuore stesso della vita cristiana
ed offre un’ordinaria quanto feconda opportunità
spirituale e pedagogica per la contemplazione personale”.
Il Rosario è dunque una preghiera contemplativa e il soggetto
principale di questa contemplazione è il Volto di Cristo. Nella
recita del Rosario tale azione contemplativa trova in Maria un
insostituibile punto di riferimento. Essa è, infatti, colei che
più di tutti ha fissato il suo sguardo su Cristo contemplandolo
da subito nel suo stesso corpo.
Ogni preghiera ha come obiettivo principale quello di raggiungere Dio;
essa è diretta a Dio, però, attraverso la mediazione di
Cristo. Non siamo noi ad offrire la nostra preghiera direttamente al
Padre, ma Cristo. E’ la preghiera di Cristo, infatti, che
intercede per noi presso il Padre. Gesù è l’unico
Mediatore, colui che nel mistero dell’incarnazione ha unito a
sé l’intera umanità, stabilendo un particolare
rapporto d’intimità tra la sua preghiera e la preghiera
del genere umano.
“In realtà esiste soltanto una vera preghiera: Cristo
stesso. C’è soltanto una voce che si leva sopra la faccia
della terra: la voce di Cristo. La sua voce riunisce e coordina in
sé tutte le voci levate in preghiera” (Madre Teresa di
Calcutta).
Colui che prega recitando il Rosario ha sempre Cristo come unico
Mediatore, ma viene sostenuto e accompagnato dalla particolare
mediazione della Vergine Maria così come lo stesso Pontefice
chiarisce nella sua Lettera: “A sostegno della preghiera, che
Cristo e lo Spirito fanno sgorgare nel nostro cuore, interviene Maria
con la sua intercessione materna. […] In effetti, se
Gesù, unico Mediatore, è la Via della nostra preghiera,
Maria, pura trasparenza di Lui, mostra la Via…”.
Maria è l’Odigitria, colei che indica la strada
(cioè Cristo Gesù), colei che può permettersi di
chiedere tutto al proprio Figlio, persino di anticipare i tempi della
salvezza. Il miracolo di Cana spiega, infatti, questa particolare
funzione di Maria. Essa, nel momento in cui invita i servi a seguire le
indicazioni di Gesù («Fate quello che vi
dirà» - Gv 2,5) diventa maestra, indica una strada, e
nello stesso tempo, quasi costringe Gesù ad iniziare la sua
missione anzitempo («Che ho da fare con te, o donna? Non è
ancora giunta la mia ora) - Gv 2,4». Ma probabilmente anche Maria
anticipa in questo stesso episodio evangelico la missione che
Gesù le affiderà sotto la Croce.
Risulta così comprensibile l’affermazione del beato
Bartolo Longo (fondatore del Santuario della Vergine del SS. Rosario di
Pompei) che considera Maria “onnipotente per grazia”. Nella
celebre preghiera di S. Bernardo, Dante traduce poeticamente questo
fondamento teologico: “Donna, sé tanto grande e tanto
vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disianza vuol
volar senz’ali”. Maria è talmente grande che, senza
la sua mediazione, il desiderio della grazia è quasi inefficace.
Qualcuno, in passato, ha rimproverato al Rosario un’eccessiva
meccanicità; la recita litanica delle Ave Maria favorirebbe la
distrazione. Questo ovviamente può accadere quando – come
rilevava Paolo VI – il rosario è recitato senza spirito
contemplativo: “Senza contemplazione, il Rosario è un
corpo senz’anima, e la sua recita rischia di divenire meccanica
ripetizione di formule…”.
Ricorda ancora Giovanni Paolo II: “Per comprendere il Rosario,
bisogna entrare nella dinamica psicologica che è propria
dell’amore”.
Con la recita del Rosario, il cristiano si lascia educare e plasmare
dalla Vergine Maria, per imparare da Lei a diventare sempre più
conforme a Cristo. La via di Cristo e la via della Vergine, pertanto,
sono intimamente congiunte.
“Non temere di amare troppo la santa Vergine, Non l’amerai
mai abbastanza, e Gesù ne sarà ben contento,
perché la santa Vergine è sua Madre” (S. Teresa di
Gesù Bambino).
Michelangelo
Nasca
Pubblicato in Dialoghi Carmelitani, Anno 3 ,
N° 4, Dicembre 2002, pp. 30-32
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