| Madre
di Dio Arrticoli, riflessioni, letteratura dedicate alla Vergine Maria a cura di MICHELANGELO NASCA |
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Strana
Famiglia!
Il misterioso disegno di Dio,
quello cioè di riscattare l’uomo dal peccato attraverso
l’Incarnazione di Cristo, prende forma nella Famiglia di
Nazareth, la più umana e la più santa delle famiglie
cristiane. Una “strana” famiglia, però, così
come la definisce il teologo svizzero H. U. von Balthasar:
“Strana famiglia… Una famiglia che come una cortina si
richiude su di un mistero interiore, per farlo maturare senza che venga
disturbato, per lasciarlo talmente indisturbato che più tardi,
quando il bocciolo si apre e il mistero comincia a rivelarsi,
l’ambiente circostante si stupisce… Strana famiglia,
dunque, che è strutturata e tenuta assieme non dai vincoli della
sessualità umana, ma da quelli dell’incarico e del piano
di salvezza di Dio” (H. U. von Balthasar).
Nella Famiglia di Nazareth ogni singolo aspetto della vita quotidiana è vissuto nel totale adempimento della volontà di Dio. Maria e Giuseppe partecipano al disegno di salvezza rendendo visibile l’amore di Dio nel mondo. In essi, l’amore, la responsabilità, la fede, il dialogo, la comunione sono la regola principale del loro rapporto. E’ possibile riconoscersi eredi di questa “sacra” unità familiare, pensata da Dio e resa visibile dall’amore che Maria, Giuseppe e il Bambino Gesù si scambiano reciprocamente. Durante una visita a Loreto l’allora Card. J. Ratzinger rivolgendosi ai fedeli disse: “La Casa di Nazareth non è una reliquia del passato, essa ci parla nel presente e ci provoca a un esame di coscienza. Dobbiamo domandarci se siamo realmente aperti anche noi al Signore, se vogliamo offrirgli la nostra vita perché sia una dimora per lui; oppure se abbiamo un po’ di paura della presenza del Signore, se abbiamo paura che essa possa limitare la nostra dignità, se vogliamo forse riservarci una parte della nostra vita che vorremmo appartenesse solo a noi e non fosse conosciuta da Dio, che non dovrebbe avvicinarsi ad essa” (J. Ratzinger – Loreto 1991). Mentre un quieto silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte giungeva a metà del suo corso (come ricorda la liturgia natalizia) la Parola di Dio, facendosi Carne, entrava nella storia dell’uomo per lasciarsi custodire dall’intimità di una famiglia umana. Lo scrittore inglese E. Morgan Forster in un suo romanzo affermava: “E’ la vita privata che porge lo specchio all’infinità: la relazione personale, e quella sola, che allude a una personalità al di là della nostra visione quotidiana”. A Nazareth, tra le pareti domestiche di quella particolare intimità familiare, “il pensiero di Dio” è un importantissimo e quotidiano richiamo per se stessi e per gli altri. E’ il “pensiero di Dio” e il “desiderio di servirlo” che rende la vita della S. Famiglia un prototipo di santità e di bellezza. Gesù, custodito dall’affetto e dalle attenzioni di questi “strani” genitori, può rendersi conto di persona di cosa sia l’esperienza dell’amore umano. Un bambino – anche se questi è il Figlio di Dio – non sperimenta con indifferenza la realtà familiare in cui è nato, ma vi partecipa a pieno titolo osservando e imparando un preciso stile di vita. Scriveva a tal proposito A. von Speyr: “Il Figlio, quando impartirà in seguito il comandamento di amarsi l’uno con l’altro, ha già vissuto e conosciuto questo amore nel rapporto con la Madre dei suoi anni d’infanzia”. Da buon “credente” Gesù onora il padre e la madre. Potremmo anche dire che Gesù (la seconda Persona della SS. Trinità) riconosce nella famiglia di Giuseppe il falegname un’esperienza comunionale, un’intensità di rapporti e un’indiscutibile adesione alla volontà di Dio a Lui (Cristo) nota. Tale esperienza è, infatti, come il riflesso della comunione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, in quella immagine e somiglianza regalata all’uomo dal suo Creatore. In una delle quindici Esortazioni Apostoliche di Giovanni Paolo II si afferma: “Nel disegno di Dio Creatore e Redentore la famiglia scopre non solo la sua «identità», ciò che essa «è», ma anche la sua «missione», ciò che essa può e deve «fare». I compiti, che la famiglia è chiamata da Dio a svolgere nella storia, scaturiscono dal suo stesso essere e ne rappresentano lo sviluppo dinamico ed esistenziale. Ogni famiglia scopre e trova in se stessa l'appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua dignità e la sua responsabilità: famiglia, «diventa» ciò che «sei»! Risalire al «principio» del gesto creativo di Dio è allora una necessità per la famiglia, se vuole conoscersi e realizzarsi secondo l'interiore verità non solo del suo essere ma anche del suo agire storico. E poiché, secondo il disegno divino, è costituita quale «intima comunità di vita e di amore («Gaudium et Spes», 48), la famiglia ha la missione di diventare sempre più quello che è, ossia comunità di vita e di amore, in una tensione che, come per ogni realtà creata e redenta troverà il suo componimento nel Regno di Dio. In una prospettiva poi che giunge alle radici stesse della realtà, si deve dire che l'essenza e i compiti della famiglia sono ultimamente definiti dall'amore. Per questo la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l'amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell'amore di Dio per l'umanità e dell'amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa” (Familiaris Consortio, 17). Questo è ciò che, forse, Dio desidera e spera quando vede una famiglia, la più piccola e la più fragile delle famiglie umane sparse per il mondo. “Mai la nostra umanità piena di problemi diventerà una sacra Famiglia. Ma sarebbe già molto se essa tenesse davanti agli occhi questa insuperabile immagine ideale, che mostra persone di specie così fondamentalmente diversa come Gesù, la Madre sua e il suo padre putativo uniti in una comunità di vita sotto la volontà d’amore di Dio. Solo se gli uomini imparano a guardare al di là dei loro interessi più ristretti, spesso giustificati dalla natura, spesso egoisticamente distorti, per puntare invece la vista in direzione del bene comune, c’è per l’umanità una chance di sopravvivere” (Von Balthasar). Michelangelo Nasca Pubblicato in Dialoghi Carmelitani, Anno 7, N° 4 , Dicembre 2006, pp. 34-35 |
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